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une lettre italienne de Luigi Cascioli
Inoltro questa lettera dell'amico Sergio perché si abbiano le idee chiare prima di associarsi al coro anticinese promosso dal capitalismo occidentale, con a capo il Vaticano.
Luigi Cascioli.
Per eventuale scambio di opinioni scrivere a:
martella.sergio@yahoo.it
Il Tibet, la Cina e i Lama-party della sinistra “radical”
Sergio Ricaldone.
Le mutevoli folgorazioni che spesso influenzano le scelte del ceto politico di sinistra riservano sempre delle bizzarre sorprese: dalle calde foreste del Chiapas l’attenzione ora si č spostata ai freddi altopiani del Tibet, a sostegno del Dalai Lama e con chiari intenti anticinesi. Emerge, come d’abitudine, la propensione a pontificare su quello che succede in casa altrui e, come sempre, il separatismo (del Kosovo, della Cecenia o del Tibet) č una bandiera che certa sinistra continua a sventolare con desolante supponenza. Proviamo ad immaginare la reazione se i comunisti cinesi dovessero offrire il loro sostegno ai separatisti della Padania. Allora, chi č e cosa vuole questo stravagante Dalai Lama che all’austeritŕ dei templi buddisti preferisce confortevoli soggiorni negli hotel a 5 stelle dell’emisfero occidentale?
Riteniamo utile riassumere i fatti storicamente assodati che hanno segnato i principali passaggi del Tibet, dall’oscuro medioevo lamaista al suo attuale trend di sviluppo economico e sociale come entitŕ autonoma del grande pianeta Cina.
Dal 1727 – ossia ben prima che la Padania e il regno delle due Sicilie diventassero parte integrante dello Stato italiano – il Tibet č diventato, a sua volta, parte integrante della Cina, sotto forma di dipendenza autonoma. In quanto tale č sempre stato dominato (fino alla rivoluzione) da un regime teocratico autoritario, con tutto il potere concentrato nella mani del Dalai Lama, capo spirituale e temporale.
Tutta la terra era di proprietŕ del Gran Lama e della gerarchia teocratica buddista-lamaista, espressione di un rapporto di produzione feudale basato sulla servitů della gleba, con larghe fasce di schiavitů. L’investitura del Lama era sottoposta e ratificata alla corte imperiale di Pechino. Questa prassi č stata mantenuta anche nel periodo del Kuomintang.
La Repubblica popolare cinese ha assunto il controllo del territorio tibetano il 23 maggio 1951. Da quel momento inizia un lungo processo di trasformazione sociale che comprende l’abolizione della servitů della gleba e della schiavitů, la distribuzione dei pascoli ai contadini senza terra (non esistono a quell’altitudine altre significative coltivazioni agricole) e la costituzione di cooperative. Inizia nel contempo il programma di alfabetizzazione di massa con partenza da quota zero.
La costituzione cinese riconosce al Tibet (e non solo al Tibet) lo status di repubblica autonoma che comprende il riconoscimento della lingua, della cultura e della religione (all’incirca quello che la Costituzione italiana riconosce alle regioni autonome della Valle d’Aosta e del Trentino-Alto Adige).
Nel 1959 un tentativo insurrezionale di bande armate addestrate dalla CIA in California (archivi resi pubblici dalla stessa CIA) viene sventato dalla popolazione di Lhasa che insorge in massa e costringe il Dalai Lama alla fuga in India. Sono totalmente false le accuse di genocidio rivolte alla Cina: la popolazione č piů che raddoppiata negli ultimi 40 anni e, dei 2,7 milioni di abitanti, il 90% č di origine tibetana, e solo il 10% č composto da residenti di etnie diverse. La speranza di vita č salita dai 35 anni dei primi anni cinquanta ai 69 di oggi. Credo che l’ultima persona al mondo titolata a parlare di diritti umani sia il Dalai Lama.
Spunti interessanti sulla politica di smembramento perseguita da Washington contro la Cina sono presenti nel libro “La grande scacchiera” di Z. Brzezinski, un insospettabile autore celebrato come lucido stratega del pensiero imperialista americano. A chi si sentisse irresistibilmente attratto dal tema dei “diritti umani” di ispirazione lamaista consiglierei di farsi la faticosa gita che dal Tibet, attraverso il colle sud dell’Everest, conduce nel contiguo Nepal, il piccolo stato himalayano sconvolto fino al 2006 da una guerriglia contadina, scoppiata nel 1996. Seguendo l’esempio dei loro fratelli tibetani, con cui sono legati da secoli, i contadini nepalesi sono insorti per liberarsi dalla servitů della gleba e dalla schiavitů, ossia dagli stessi rapporti feudali che il Dalai Lama amministrava nel Tibet prima della rivoluzione. L’inviato in Nepal di Le Monde Diplomatique, Cedric Gouverneur, ha scritto sul n° 11 del 2003: “Una parola ritorna costantemente sulla bocca di ogni
guerrigliero intervistato: sviluppo! Gli insorti vogliono medici, strade, ponti, elettricitŕ, dighe e poter esportare i loro raccolti. Vogliono semplicemente uscire dalla miseria”. Evidentemente sono state le trasformazioni nel Tibet moderno che hanno acceso le speranze dei loro fratelli nepalesi. Vediamole queste trasformazioni.
Dalla metŕ degli anni 90 il PIL del Tibet č aumentato del 13% l’anno, ossia piů degli eccezionali ritmi di sviluppo della stessa Cina. Le opere edili sono raddoppiate e il commercio, che fino ad una decina di anni fa si svolgeva quasi esclusivamente col confinante Nepal, č cresciuto di 18 volte rispetto al 95. Con gli stessi ritmi vengono sviluppati il sistema sanitario e quello scolastico (entrambi inesistenti nel passato). Nel 2001 il governo di Pechino ha stanziato 65 miliardi di yuan per finanziare progetti di infrastrutture che permettano ai tibetani di uscire dal medioevo buddista- lamaista e di approdare nell’universo contemporaneo usufruendo dei vantaggi offerti dal progresso economico e sociale che sta trasformando la Cina popolare.
Fino a pochi mesi fa l’unica via di comunicazione tra il Tibet e il resto della Cina era una strada dissestata che partendo da Golmund (provincia del Qinghai) consentiva ai camion di accedere a Lhasa in 50/60 ore di viaggio. Oggi lo stesso percorso si compie in 16 ore sul modernissimo “treno del cielo” che corre lungo i binari della piů alta ferrovia del pianeta: oltre 1200 km. costruiti lungo un itinerario da fantascienza, a oltre 5.000 m. di altitudine.
Sarebbe questa la “devastazione freddamente calcolata dalle autoritŕ cinesi” che, come ci racconta il Dalai Lama, starebbe distruggendo le tradizioni e la cultura religiosa del popolo tibetano?
Possibile che il ceto politico di sinistra non venga sfiorato dal dubbio di cadere nel ridicolo prestando fede alle lamentazioni di questo bizzarro personaggio?
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La "Sinistra" smarrita nell'Altopiano Tibetano
(17 marzo 2008)
Con una modalitŕ ed una tempistica giŕ ampiamente conosciuta il Circo Barnum della comunicazione deviante del capitale sta dispiegando, a scala globale, la solita dis/informazione a proposito degli avvenimenti tibetani.
Ancora una volta l’abusato refrain di ipocrita esecrazione segna, inequivocabilmente, l’interessata opera di opacizzazione mediatica di quanto sta accadendo nel Tibet. Come sempre le grandi centrali della manipolazione mondializzata stanno compiendo il lavoro sporco necessario alla totale mistificazione degli avvenimenti in corso ed alla rimozione delle reali cause che sottendono i fatti odierni (e quelli giŕ verificatesi nel passato).
Da ogni parte, particolarmente tra gli epigoni di una “sinistra” - sempre piů subalterna ed integrata al credo universalistico dell’assoluta vigenza del capitalismo - assistiamo alle lodi sperticate di colui il quale viene definito il Buddha vivente e presunto campione ed incarnazione di spiritualitŕ, fratellanza ed armonia generale.
Eppure, non da oggi, i fautori della modernizzazione (quella del turbo/capitalismo) applaudivano entusiasti al superamento ed alla cancellazione di quelle che vengono definite “religioni antiche ed arcaiche” per affermare, con la forza, la superioritŕ della “civiltŕ occidentale”. Sono decenni, oramai, che molti viaggi in giro per il mondo dei Papa, specie nei paesi di area musulmana, godono di sostanziose sovvenzioni da parte del Fondo Monetario Internazionale a testimonianza di come gli organismi sopranazionali del capitalismo hanno a cuore “l’evangelizzazione di questi paesi”.
Quando, perň, si affronta il tema del Tibet cinese e del Dalai Lama la musica cambia repentinamente registro. In tale caso spuntano fuori gli apologeti del “diritto e della democrazia internazionale” con allegato l’intero armamentario propagandistico teso al rinfocolamento artificioso di tutte quelle contraddizioni storiche e sociali, che pure esistono e che potrebbero persino convivere assieme, per manometterle in una dichiarata funzione anticinese.
Non č la prima volta che gli apprendisti stregoni del capitale si mettono al lavoro in questa regione del mondo allo scopo di destabilizzarla violentemente.
L’obiettivo č sempre lo stesso: si agitano i temi dell’indipendenza del Tibet allo scopo di provocare e di mantenere alta la pressione sulla Cina.
Ciň che, sottotraccia, si imputa a Pechino č la resistenza alla penetrazione selvaggia dei capitali internazionali e, nel contempo, la sua potente ascesa politica, finanziaria e militare tra i vari soggetti della competizione globale.
In definitiva non si perdona ai cinesi il loro porre vincoli e difficoltŕ al rullo compressore imperialistico della rapina delle risorse, della schiavizzazione della forza/lavoro e della devastazione ambientale.
Del resto – ed č questa una risaputa pagina del corso storico del capitalismo in Asia – i cinesi, nonostante le tante ed oggettive contraddizioni, hanno sempre fatto resistenza verso ogni tentativo di assoggettamento occidentale del proprio immenso paese. Infatti l’ossessiva ostinazione con cui, nelle diverse fasi, gli occidentali si accaniscono contro questo paese/continente deriva dalla persistenza di questo dato materiale incancellabile.
Eppure, discorrendo del Tibet, andrebbe ricordato agli interessati sostenitori di questa “causa nazionale” quali erano, prima della vittoria della rivoluzione nazionale ed antiperialistica di Mao e la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese, le condizioni di sopravvivenza in questa regione cinese.
Citiamo, a questo proposito, un piccolo passo di un articolo di Sara Flounders, pubblicato qualche anno fa sulla rivista statunitense Workers World, in cui si faceva una disamina della situazione: (...) Il Tibet pre-rivoluzionario era totalmente sottosviluppato... senza sistema viario... una teocrazia feudale basata sull’agricoltura, con il 90% della popolazione in servitů o schiavitů... non vi erano scuole, eccetto i monasteri riservati a pochi... l’educazione delle donne era sconosciuta. Non vi era alcuna forma di assistenza sanitaria e ospedali. (...) Un centinaio di famiglie nobili e gli abati dei monasteri (di famiglie nobili anch’essi) possedevano tutto. Il Dalai Lama viveva nel palazzo di 1.000 stanze di Potala... per il contadino la vita era breve e misera. Il Tibet aveva il piů alto tasso di tubercolosi e mortalitŕ infantile nel mondo.
Inoltre, sempre a proposito della continua azione di manomissione di costruzione artificiosa di provocazioni anticinesi, la Flounders, sempre nel suddetto articolo, cita alcuni dati interessanti: (...) Dal 1955 la CIA iniziň a costruire un esercito controrivoluzionario in Tibet... Un articolo su Newsweek del 16.8.99 descrive in dettaglio le operazioni della Cia in Tibet dal 1957 al 1965...Il Chicago Tribune del 25.1.97 descriveva l’addestramento di mercenari tibetani in Colorado... Secondo il Pentagono migliaia di loro, con circa 700 voli, furono paracadutati in Tibet negli anni ’50...Il fratello del Dalai Lama seguiva tutte queste operazioni e se ne faceva vanto...La Cia diede una rendita annuale di 180.000 dollari al Dalai Lama per tutti gli anni’60 (...)
E’ evidente che le scomposta grida di questi giorni - a favore della “causa del popolo tibetano” – sono fortemente strumentali, come lo sono state quelle nei mesi scorsi a sostegno dei monaci della Birmania, ed alludono ad una speranza mai sopita e che ancora alberga tra i desiderata dei poteri forti a New York, a Londra, a Berlino, a Parigi ed a Roma.
Alla Cina di oggi e ai suoi attuali dirigenti non viene perdonato l’autorevole profilo assunto nel gorgo della competizione internazionale. Le teste d’uovo dell’imperialismo quando non possono colpire direttamente i loro concorrenti - magari a base di “bombe intelligenti” o di “democratici embarghi” – utilizzano tutte le leve possibili per detronizzare i paesi e gli stati che non accettano supinamente di abbassare la testa.
Questa č la vera posta in gioco di questo ulteriore passaggio della “crisi tibetane”. Tutte le altre interpretazioni sono cortine fumogene per non affrontare i reali termini della questione.
Con buona pace degli accorsati opinion maker bipartizan o presuntamene indipendenti (da un Federico Rampini ai convertiti al credo pannelliano come Sergio D’Elia..) continuiamo a non farci sedurre dalle esoteriche sottane del Dalai Lama e dalla sua antisociale dottrina.
Senza nulla cauzionare dell’operato dei dirigenti cinesi e senza alcuna apologia nei confronti di una formazione statuale che riteniamo, comunque, controparte del nuovo proletariato e delle sterminate masse di sfruttati che popolano la Cina non riteniamo di accodarci acriticamente alla “santa alleanza” contro Pechino.
Con questa premessa, di metodo e, soprattutto, di sostanza, vogliamo, al di lŕ di qualsivoglia atteggiamento eurocentrico e spocchioso, discutere e confrontarci per far emergere un punto di vista, teorico e politico, fondato sull’ autonomia e sull’indipendenza dalla linea di condotta - giŕ decisa e sapientemente pianificata – dalle grandi potenze occidentali.
Michele Franco
Article ajouté le 2008-03-29 et consulté 154 fois
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